lunedì 15 settembre 2014

Rosso gelido

Quattro anni dopo mi ritrovo davanti ad una piccola bara bianca, fredda e unta. La stanza è gelida. Camera ardente la chiamano, ma qui ad ardere ci sono solo le nostre meningi strizzate dal dolore, ho un gran mal di testa.
Sui lati della bara, giusto sopra la fascia intarsiata a mano sembrerebbe, quattro angeli dorati fanno da guardiani, mentre uno un pò più grande padroneggia sul coperchio. Si vede che la baretta è nuova di zecca, ma è poggiata su di un panno sporchissimo, tanto che da bianco sembra quasi grigio. Una gocciolona di sangue è caduta sul lato destro in basso del telo appena accanto ai piedi del caaletto. Sarà il suo?
La stanza è sempre più gelida e noi siamo soli lì dentro ad aspettare che vengano a saldarla con le otto viti che ora sono nel sacchettino di plastica attaccato al coperchio.
Già quando ero in prossimità dell'entrata dell'ospedale, sentivo che mi chiamava. Come se la mia anima si stava avvicinando sempre più alla sua che mi richiedeva a voce ferma. Nel mio dolore ero così felice di essere lì, di tornare da lei. Ero tornata per vederla. Ero tornata per vedere il suo viso, le sue manine e non una bianca e fredda bara. La paura però di aprire il top di quel sarcofago minuscolo è troppo forte. Non so quale potrà essere la reazione che avrò nel rivedere quel visino. E se non fosse riconoscibile? E se fosse bianca cerea tanto da sbattermi in faccia la cruda e macabra realtà? Ho paura ma lei mi chiama e la voglia di ri-fotografare in mente il suo volto è troppo forte.
L'addetto alla burocrazia ci riporta i documenti ed i certificati. Ci avvisa che il carro funebre è giunto e che quando siamo pronti possiamo procedere alla sigillatura ed al trasporto.
Pronta? Non sarò mai pronta a questo, a lasciarla andare via da me. La sola cosa che vorrei e portarla a casa e stringerla per sempre tra le mie braccia al caldo del mio letto. Quasi non mi importa che non pianga o che i suoi occhietti non mi sorridono, non mi importa se non è calda e luminosa. La voglio con me comunque e per sempre. Non posso lasciarla andare via. Lo so bene che lei mi ha già abbandonata e che mi sto attaccando solo ad un corpo inanime, ma come può una mamma essere razionale in questo momento e lasciare che tre uomini in camicia azzurra e pantalone blu si portino via sua figlia?!
Siamo di nuovo soli ed io continuo a fissare quel pezzo di legno bianco, e poi uno sguardo al mio uomo ed ancora uno a lei e poi...ho deciso:"voglio vederla, per favore amore vai a chiedere se posso aprirla?" Dopo qualche minuto il mio uomo torna con due degli omaccioni in camicia azzurra che mi chiedono gentilmente di uscire un minuto. Devono controllare l'integrità della salma.
Uno dei due, il più grosso, apre la porta della camera ardente, si affaccia e dopo una piccola spiegazione su quello che avrei visto mi lascia entrare. Mi avvicino col cuore a mille e quasi contenta del permesso avuto. E' così bella, ancora così bella che mi si stringe un nodo alla gola. Dopo sedici giorni ed un'invadente autopsia è ancora come l'avevo fotografata subito dopo appena nata . Più piccolina sembra, e molto, molto più rossa in viso. Il suo corpicino è tutto avvolto nel cotone, tutto il loculo è pieno di bianco e soffice cotone. Solo il viso è libero all'aria, poggiato laterale verso la sua mano destra a mostrare il suo profilo sinistro. Sembra più piccolina. Le guance un pò più gonfie ed è rossa tanto rossa, di un rosso così acceso e scuro che quasi nasconde il nero dei suoi capelli.
Mi azzardo con le dita a scostare l'ovatta che le copre il labbro, e con l'indice lentamente e dolcemente le accarezzo la guancina. E' fredda, fredda come la stanza, fredda come la bara in cui è posta. Il rosso fuoco ed il freddo son due cose che assieme proprio stonano, fa tanto strano.
Vorrei prenderla in braccio, vorrei spostare l'ovatta e prenderle la manina. Ho così tanto bisogno di baciarla e coccolarla che l'unica cosa che posso fare per non rischiare di cadere in un grido di disperazione è alzare lo sguardo allo stesso omone di prima ed allontanarmi da lei dando il tacito consenso a procedere.
Otto colpi di avvitatore ed un pò di cera rossa colata sulle due viti ai poli per stamparci un timbro, ed ecco fatto. L'omone prende in braccio la bianca baretta in cui giace la mia bambina. La sua mamma ed il suo papà la seguono fino dentro al carro funebre. Nemmeno una rosa le ho posarle su tutto quell'ovatta...che madre sono?! ma poi infondo tra qualche giorno tutto finirà in cenere.
E così è finita così? Mi lascia così e se ne va via da me in quel suo piccolo lettino di legno bianco?
La sua voce? non la sento più, sembra non mi chiami più. Al suo posto sento solo tanto dolore. Fitte al cuore e morsi allo stomaco. Il mal di testa è diventato insopportabile ed in gola c'è un nodo che non mi permette neanche di ringraziare il burocrate e le sue tre camice azzurre per le condoglianze.
Andiamo via e ad ogni passo leggo sempre meno chiaramente quella targhetta dorata ai piedi della bara:
FIORENZO NICOLE
29/08/2014
DI FIORENZO MASSIMILIANO
E SILLETTI ANGELA.

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